15 ago 2016

UN FERRAGOSTO SPECIALE

Un breve racconto estivo, ambientato in Liguria, per sensibilizzare turisti e residenti verso un utilizzo più civile delle nostre spiagge.


UN FERRAGOSTO SPECIALE

— Tu quanti ne hai fatti fuori? — chiese Alì, undici anni e mezzo, promosso in seconda media con una sfilza di 7.
— Ne ho ammazzati venti solo stamattina, — rispose Kevin, dodici anni, media del 6.
— Dai Kevin, conti un sacco di musse. Non ci credo!
— Ah, non ci credi Alì? Allora guarda qui. Toh, cosa c'è scritto qui? Sai leggere? — fece Kevin piantandogli il cellulare a due centimetri dal naso.
— Belin, venti! — fece Alì arretrando un po' il capo per mettere meglio a fuoco il display.
— Bravo Alì, vedo che sai leggere bene i numeri, adesso vedi un po' se ti riesce di leggere anche le lettere! 
Fece un paio di tap sullo schermo del telefonino e apparve una lunga lista di icone che rappresentavano i mostri catturati ed eliminati. Accanto a ogni disegnino compariva un nome.
Alì cominciò a snocciolare quegli strani nomi ad alta voce e ogni volta emetteva un UAO di ammirazione e sorpresa verso le imprese dell’amico. 
A un certo punto cacciò un urlo:

— NOOO! Non ci posso credere! Hai fatto fuori pure Ciapeleta! Dove l'hai beccato?
Ciapeleta era l'essere mostruoso più difficile da far fuori, quasi una leggenda. In realtà aveva un nome pieno di x e di k, ma loro lo avevano soprannominato Ciapeleta per via della forma vagamente simile a una caramella e forse soprattutto per esorcizzarne il potere orrorifico.
— Credici, credici, me lo sono ritrovato davanti mentre svoltavo in via Roma. Si nascondeva dietro una fioriera, ma io... zhang!, l'ho disintegrato in un attimo.
— Belin! Kevin, sei davvero un belin di mostro!
— Già, lo puoi dire forte.
Erano seduti su una panchina all’ombra di un’enorme tamerice dalla chioma intrisa di salmastro. Il mare sembrava una bandiera tricolore a strisce orizzontali, blu cobalto, azzurro cielo e verde smeraldo. Il sole era quasi allo zenit e l’aria calda del meriggio profumava di rosmarino selvatico.
Una lieve brezza portò una persistente zaffata di patatine fritte.
— Che fame! — disse Alì.
— A chi lo dici, senti che profumino…
— Mmhh, patatine fritte… Le riempirei di maionese…
— E di ketchup.
— No, il ketchup non mi piace.
— A me sì.
— Allora tieniti tutto il ketchup, Kevin, basta che mi lasci abbastanza maionese da inzozzarcele dentro per benino.
— Inzozzarcele? Ma che razza di lingua parli, Alì? Te ne esci sempre con delle parole strane... mussa, ciapeleta, boiaren, galuscio, … 
— He he, guarda che questo è ligure.
— Ma è roba vecchia...
— A me piace! E poi dove abito io parlano quasi tutti in dialetto. 
— Ma tu stai in paese, Alì! Qui in città il dialetto non lo parla più nessuno ormai... Forse solo i vecchi.
— Comunque a me piace, ti ho detto; e poi quando sono arrivato in Italia ho conosciuto prima il dialetto e poi ho imparato l’italiano.
— Imparato? Ma se a scuola prendi sempre dei gran cinque di tema!
— Che c'entra, la prof dice che faccio dei bei temi ma devo migliorare l'ortografia; è solo quella che mi frega.
— Sì, vabbe’.
— Sta’ a sentire, Kevin, perché invece non parliamo un po' dei tuoi bei quattro in matematica e in francese, oppure…
— Alì, non è per cambiare discorso, ma secondo te oggi a che ora mangiamo?
— Se Caterina è puntuale direi che in un’oretta ce la potremmo cavare. Io ho detto a mia madre che sarò a casa alle due in punto. Oggi mi aspetta un cous cous eccezionale. 
— Io invece, appena avremo finito, devo raggiungere i miei alla spiaggia della Sirena. Mi aspettano per mangiare.
— Allora speriamo che Cate arrivi presto…
Caterina. Detta Cate. 11 anni e mezzo. Promossa con la media del 9. Bersaglio 10 mancato per via di quel maledetto 7 in condotta. Caschetto biondo, spruzzatina di lentiggini sotto gli occhi verdi, indossava una camicetta annodata in vita sopra un paio di jeans azzurri che aveva tagliato con le forbici da cucina due centimetri sotto l’inguine.
— Eccola! — indicò Alì.

— Raga, scusate, mia madre mi ha fatto il terzo grado quando le ho detto che non pranzavo a casa. Ci si è messo anche mio padre e figuratevi che mia nonna…
— Taglia, Cate! piuttosto: hai portato le armi? — la interruppe Kevin con preoccupazione.
— Ceeerto! — rispose la ragazzina trascinando la “e” più del dovuto, visibilmente irritata per l’interruzione dell’amico.
— E le munizioni? — la incalzò Alì sgranando gli occhi.
— Ma certo, cosa credi? — disse Caterina incrociando le braccia. Osavano forse mettere in dubbio la sua capacità organizzativa? Agitò il pollice sopra la spalla: — Ho tutto qui nello zainetto.
Se lo sfilò e lo depose con cautela sulla panchina. Si guardò intorno con fare circospetto e i due amici le si strinsero intorno per proteggere l'operazione da sguardi indiscreti. Caterina slacciò l'apertura dello zainetto e ne allargò i lembi. 
— Ecco le armi — disse a bassa voce.
I due ragazzi allungarono il collo per guardare meglio. 
Le loro teste si toccavano.
— UAO, — bisbigliò Kevin, — oggi faremo davvero una strage. La grande strage...
— … di ferragosto! — terminò Alì.
La stavano preparando da almeno un paio di mesi. La prima volta che uno di essi aveva pronunciato quella parola era stato un giorno, a scuola, durante l'intervallo di metà mattina.
Era stato Kevin a dirlo, con la bocca piena di un enorme tocco di focaccia: “Faffavouvaffafe”! Caterina e Alì lo avevano guardato senza capire, fino a che lui, dopo aver inghiottito il boccone grazie a un  provvidenziale sorso d’acqua proveniente dalla bottiglietta di minerale strappata dalle mani di Alì, non aveva scandito:
— Fa-ccia-mou-na-STRA-GE!
I tre compagni di classe si erano trovati subito d'accordo e nei giorni successivi avevano sfruttato gli incontri pomeridiani, ufficialmente destinati allo studio, per mettere a punto il loro piano fin nei minimi particolari. L'obiettivo erano i bagnanti. I “bagnanti zozzoni” come li chiamava Caterina. In realtà era stata lei quella mattina ad avviare il discorso:
— Ieri ho fatto il primo bagno e sono tornata a casa incavolata nera. Avevo steso l'asciugamano su dei mozziconi di sigaretta! Non me ne ero accorta, ma dopo un po’ ho iniziato a sentire una puzza sempre più forte e mi è venuto un gran mal di testa. Quando ho sollevato l’asciugamano ne ho contati almeno una decina! Sono stata male tutto il pomeriggio, avevo la nausea… mi veniva da vomitare… Odio quegli zozzoni che lasciano le cicche in spiaggia.
— Io da piccolo me ne sono messe due in bocca, — proruppe Kevin. — Me lo ha raccontato mia madre. Dice che stavo giocando con la paletta e il secchiello e poi improvvisamente piangevo a dirotto e avevo la lingua nera. Ci misero un po’ a capire che stavo quasi per ingoiare dei mozziconi! Odio anch’io quelli che fumano sulle spiagge!
— Ha ha, siete proprio due belinui, — fece Alì, — io sto sempre molto attento a dove stendo l'asciugamano! Però li odio anch’io quelli; l’anno scorso è capitato alla mia sorellina di ingoiare una cicca.
— Sono dei bastardi, — fece Kevin digrignando i denti, — bisognerebbe dargli una lezione.
— Hai ragione — ribatté Alì, — ma come?
— Io un’idea l’avrei — disse Cate, con gli occhi che sembravano due fessure. E aveva esposto il suo piano suscitando il vivo entusiasmo degli altri due.
Da allora i tre avevano cominciato ad allenarsi con cura per realizzare il piano escogitato da Caterina. Prima dovettero procurarsi le armi, poi si impegnarono ad affinare la mira, che avrebbe dovuto essere infallibile e nella cui abilità si scoprirono ben presto tutti e tre molto dotati, poi si concentrarono per migliorare la velocità di fuga e l’eventuale mimetizzazione tra i passanti; infine dibatterono sul giorno X. Discussero a lungo, poi Caterina ebbe la “splendida idea” di ferragosto. Decisero di procedere nel seguente modo: sin dal primo mattino del 15 si sarebbero appostati con binocolo e bloc—notes nei pressi delle due spiagge libere più frequentate della città, per individuare i bagnanti zozzoni. Per ogni cicca spenta e lasciata sulla spiaggia avrebbero annotato qualche segno particolare relativo all’autore del misfatto: “Signora con orecchini a mezzaluna”, “uomo con baffi neri”, “fidanzati con cagnolino”, “vecchio pelato con pancione”, ecc. 
E così fu. Il giorno di ferragosto i tre amici misero in pratica il loro piano.
Nel breve volgere di qualche ora, avevano stilato una lista di ben trentadue bersagli. Poi Caterina era corsa a casa per prendere armi e munizioni, mentre Alì e Kevin la aspettavano all’ombra della tamerice. Il piano prevedeva di attendere l’ora del pranzo e si basava anche sulla speranza che una buona percentuale di bagnanti zozzoni si sarebbe fermata in spiaggia a consumare il pasto. 
— Ed ecco i proiettili, — disse Cate aprendo con circospezione una scatolina metallica che aveva estratto dallo zainetto. 
— Accidenti che tanfo! — fece Kevin.
— Bleah, viene quasi da vomitare, — aggiunse Alì.
— Pensate a quanto ci vorrà per far sparire la puzza dal mio zainetto. Ma è un sacrificio che dobbiamo fare! — li incoraggiò la ragazzina.
— “I sacrifici rinforzano il carattere”, mi dice sempre mia madre, — le diede ragione Alì.
— STRA—GE, STRA—GE, … — tifò sottovoce Kevin.
— Bene, allora cominciamo. 
— Alì, tira fuori il blocchetto; chi è il primo?
— “Palestrato con tatuaggio sul polpaccio”… ma è sull’altra spiaggia… qua davanti invece abbiamo quel “Catena d’oro”, — disse Alì indicando un uomo di mezza età molto abbronzato e con una grossa collana aurea intorno al collo. Sedeva a gambe incrociate, rivolto verso il mare, a una ventina di metri dalla loro postazione. Armeggiava dentro un grosso sacchetto da supermarket.
— E, come direbbe Alì, si sta preparando alla cibanza, — fece Caterina con un beffardo gridolino a denti stretti, mentre rifilava una gomitata d’intesa all’amico.
— Ottimo!!! Raga, a me l’onore del primo colpo! Ok? — fece Kevin sfregandosi le mani.
Caterina e Alì si consultarono brevemente con uno sguardo e annuirono all’unisono.
La ragazzina estrasse dallo zainetto la fionda di Kevin, quella con la K incisa sull’impugnatura. Tutte e tre le “armi” erano state approntate con grande perizia dal nonno di Caterina che, completamente ignaro del vero scopo al quale erano destinate, si era cimentato in quel nostalgico lavoretto in seguito alle insistenti preghiere della nipotina, che ne aveva giustificato la necessità inventandosi una fantasiosa “ricerca didattica”.
Kevin chiuse gli occhi e accolse la fionda tra le mani disposte a vassoio, come se stesse ricevendo qualche sorta di investitura ufficiale. Riaprì lentamente le palpebre e schioccò un sonoro bacio sul retro della toppa di cuoio che avrebbe ospitato il “proiettile”.
Caterina sollevò il coperchio della scatola di munizioni e ne trasse il primo mozzicone. Lo teneva tra il medio e il pollice, scrutandolo come un trafficante di diamanti a una fiera di pietre preziose. 
— Perfetto, — sentenziò.
— Carica! — le disse Kevin porgendole il lato interno della toppa.
Cate adagiò la cicca sul rettangolino di cuoio, perpendicolarmente alla sua lunghezza. Alì accompagnò l’operazione aprendo e chiudendo tre volte le mani sul proiettile come a irrorarlo di un invisibile fluido magico. Kevin richiuse la toppa attorno alla cicca e la strinse con decisione fra il pollice e l’indice. I ragazzi si avvicinarono alla siepe di pitosforo che separava la spiaggia dalla strada e si posizionarono in maniera da non essere visti, Kevin al centro del trio e gli altri due ai lati. 
— Raga, “Catena d’oro” sta aprendo una scatola di cibanza, — osservò Alì.
— Sembrerebbe un’insalata, — disse Kevin, molto concentrato.
— Confermo, — chiosò Caterina con gli occhi attaccati al binocolo e precisò: — Trattasi di insalata di riso in un portavivande di plastica di forma circolare.
— Evvai! Siamo fortunati, — esultò sottovoce Kevin, pensando al momento in cui la cicca sarebbe sprofondata tra i chicchi di riso, invece di rimbalzare via come nel caso in cui avesse colpito un semplice panino o qualcosa di altrettanto solido e compatto.
Poi il ragazzo allungò il braccio sinistro e inquadrò diligentemente il signor “Catena d’oro” nella forcella di legno d’ulivo stagionato con cui era stata costruita la sua fionda; tirò lentamente la toppa verso di sé fino a che la mano che la stringeva non si arrestò a contatto con lo zigomo destro, e attese. 
Respirava calmo, con l’occhio sinistro chiuso e il destro puntato attentamente verso il bersaglio. Non era un obiettivo difficile da centrare. Nelle settimane precedenti si era allenato a colpire oggetti ben più piccoli ed era andato a segno nove volte su dieci. Adesso, riuscire a infilare un “proiettile” in quel portavivande di una ventina di centimetri di diametro, sarebbe stato… un gioco da ragazzi. Però poteva anche andar male. La variabile più importante con la quale fare i conti era rappresentata dal vento. Una semplice folata avrebbe potuto compromettere la precisione della sua mira. A meno che la potenza del tiro non fosse stata tale da garantire alla cicca un tragitto immune da qualsivoglia interferenza eolica. 
A quel punto avvenne una cosa strana. Nella bocca di Kevin, alimentata da mai sopiti ricordi infantili, si produsse una misteriosa alchimia sensoriale. Con i due elastici della fionda tirati al massimo e tesi come i cavi di acciaio di un ascensore, il ragazzo provò sulla lingua il gusto amarissimo del tabacco bruciato. Sentì di nuovo quei grumi neri mischiarsi con la saliva e impastarsi nella sua bocca e avvertì chiaramente un sussulto violento in fondo allo stomaco. Fu quello, probabilmente, il segnale definitivo, l’impulso che partendo da lì, rapido e incoercibile come un lampo nel buio, raggiunse il cervello, ridiscese fino all'estremità del braccio destro e portò a destinazione il messaggio motorio che attendevano le sue dita in tensione.


Enzo Iorio

Nessun commento:

Posta un commento

La tua opinione mi interessa molto: lascia un commento.

Seguimi su Twitter

archivio

Io sostengo MSF, fallo anche tu.

Io sostengo MSF, fallo anche tu.
Donare arricchisce.